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QUELLO CHE NON SI DICE SULLA PRODUTTIVITÀ DELLE PMI

10 settembre 2026 di
QUELLO CHE NON SI DICE SULLA PRODUTTIVITÀ DELLE PMI
Quirino Biscaro
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03 set 2026 , ore 20:01

Da sempre si parla della maggiore-minore produttività delle PMI italiane, ma praticamente sempre in termini negativi. Si sostiene che sia inferiore a quella delle grandi aziende e che questo sia un danno. Si sostiene conseguentemente che il nostro sistema economico beneficerebbe dell'aumento della produttività delle PMI.

È bene fare chiarezza su qualche aspetto, quasi mai messo in luce. Si deve sapere che maggior produttività significa realizzare la medesima produzione impiegando minori risorse; quando poi la risorsa è il fattore lavoro, significa banalmente che a parità di produzione c'è del personale in eccesso.

"A parità di produzione" è una locuzione praticamente mai utilizzata perché il dibattito sulla produttività va verso un'altra direzione: la maggior produttività rende più competitiva l'impresa, che conseguentemente si farà largo sul mercato, con l'effetto finale che recupererà il personale prima in eccesso e magari ne acquisirà di nuovo.

Il ragionamento sembra coerente. E invece potrebbe non esserlo. Se la maggior produttività fosse sistemica la sequenza prima descritta richiede che tutte le PMI abbiano più successo nel mercato, ma ciò troverebbe un limite fisico nel tasso di crescita del mercato stesso.

In sostanza, il tasso di crescita della domanda di nuovi prodotti potrebbe essere inferiore a quello richiesto dalle imprese per non ridurre l'occupazione. Quando ciò si verifica le risorse in eccesso restano tali: disoccupazione.

Alcune precisazioni, prima di provare a quantificare:

-  In Italia (e nell'UE) le PMI sono definite imprese che rispettano i limiti di dipendenti espresso in Unità Lavorative Annue (< 250 ula) e uno a scelta tra fatturato (≤ 50 mln) oppure totale di bilancio (≤ 43 mln).

-  Non sono disponibili i dipendenti in ULA per classi di fatturato, quindi qualsiasi simulazione deve poggiarsi sui dipendenti tout court e va ritenuta una approssimazione della realtà.

Detto questo una simulazione sulle PMI italiane eseguita su un vasto campione di imprese, probabilmente da affinare ma concreta, porta a questi risultati:

-  produttività delle grandi imprese del campione: 356.901 euro di fatturato per dipendente;

-  esuberi tra le PMI a parità di produttività: 2.034.168 dipendenti in eccesso;

-  PMI che chiuderebbero subito: 116.791;

-  fatturato addizionale per riassorbire esuberi (escluse PMI che chiudono): 607,6 mld;

-  PIL equivalente al fatturato addizionale: 402,2 mld;

-  conseguente crescita nominale del PIL (rispetto al PIL previsto a fine 2026): 17,5%.

Questi numeri sono del tutto insostenibili, fantascientifici. Quindi che si fa? Quale è la soluzione?

La minor produttività delle PMI è fenomeno antico: gli imprenditori ne sono consapevoli, fanno il possibile, ma nonostante tutto sono ancora lì, vive e vegete. Costituiscono il 99% delle imprese italiane, garantiscono circa l'80% dell'occupazione ed il 60% del PIL.

Forse la miglior azione è la non azione: sarà il mercato a imporre correttivi e chiusure, non le strategie imposte dall'alto.

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